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Acqua, fra diritto e mercato |
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Scritto da Presidente
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Tuesday 08 June 2010 |
Acqua, fra diritto e mercato | |
Il percorso legislativo della privatizzazione dell'acqua |
Anche se la superficie terrestre è ricoperta per il 71% d’acqua, questa è per il 97,5% salata. Il 68% dell’acqua dolce è imprigionata in ghiacciai e nevi perenni, il 29% è nel sottosuolo e solo lo 0,3% è localizzata in fiumi e laghi, quindi potenzialmente disponibile. Tale quantità corrisponde allo 0,008% dell’acqua totale del pianeta. Di conseguenza, l’acqua può essere considerata un bene raro e la sua ineguale distribuzione ne aumenta il valore. A livello globale i problemi legati all’acqua sono infatti drammatici. Nei paesi africani la media annua di consumo pro capite è di 250 metri cubi, contro i 1.700 dei cittadini di Canada e Stati Uniti, e un miliardo e duecentomila persone non hanno accesso all’acqua potabile. Secondo le stime dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), il consumo di acqua insalubre falcia ogni anno più di duecento milioni di bambini. Complessivamente si stima che l’80% delle malattie nei paesi del sud del mondo sia dovuto alla cattiva qualità dell’acqua. Inoltre, i problemi legati all’approvvigionamento idrico rischiano di alimentare l’instabilità politica ed economica di intere regioni. Quasi il 40% della popolazione mondiale dipende da sistemi fluviali comuni a due o più paesi, e in futuro questo potrebbe scatenare conflitti per il controllo delle fonti disponibili. Negli ultimi decenni, la principale fonte di vita per l’umanità si è trasformata in una risorsa strategica vitale e le grandi multinazionali hanno fiutato l’affare, come del resto avevano fatto a suo tempo con il petrolio. In maniera invisibile, l’acqua ha cambiato la sua essenza: da risorsa primaria a bene di consumo. La privatizzazione delle forniture idriche, a livello macro-economico, si inserisce in un processo globale che vede come attori da una parte gli Stati, che in un ottica neoliberista tendono a delegare ai privati, cioè alle grandi multinazionali, la gestione dei servizi; dall’altra le grandi multinazionali, che hanno interesse a entrare in un settore ancora in gran parte caratterizzato dalla gestione pubblica. Uno studio condotto da Icij (International Consortium of Investigative Journalists) sostiene che, nei prossimi quindici anni, in Europa e Nord America il 65-75% degli acquedotti pubblici sarà controllato dalle Tre sorelle dell’acqua. Tra queste, le prime per dimensione e capitalizzazione, Veolia (gruppo Vivendi) e Suez, sono francesi. Non a caso, dal momento che in Francia i comuni hanno facoltà di delegare la gestione dei servizi inerenti all’acqua fin dal XIX secolo. Tuttavia, la crescita folgorante di queste aziende è cominciata solo nel secondo dopoguerra, alimentata dall’urbanizzazione, dall’industrializzazione e dalla crescita demografica. Negli anni Cinquanta l’acqua sembrava essere una risorsa inesauribile e di facile reperimento, e nessuno si preoccupava ancora dell’inquinamento e della tutela dell’ambiente. Per i comuni francesi divenne una prassi stipulare contratti di cessione del servizio a società private, stimolati anche dal droit d’entree (diritto d’entrata): un versamento da parte dell’impresa, sovente una cospicua somma di denaro, che andava a rimpolpare le magre finanze locali e, più spesso, veniva destinata alla costruzione di impianti collettivi, come stadi, piscine o campi sportivi. Ma dal momento che la filantropia non è vocazione delle imprese, spesso accadeva che la somma elargita alle istituzioni venisse poi ripagata dai consumatori sotto forma di aumento tariffario, spostando il carico economico delle opere pubbliche dalle imposte al costo dell’acqua. Negli anni Ottanta la convergenza di vari fattori favorisce le multinazionali: la crescente severità delle norme europee che esigono livelli di specializzazione sempre più elevati; il disinteresse delle pubbliche amministrazioni a investire per migliorare lo standard del servizio; l’aumento del deficit pubblico. Contestualmente, si affermano le teorie neoliberiste della scuola di Chicago, abbracciate dalle principali istituzioni economiche internazionali (WTO e Banca Mondiale) che spingono gli stati a liberarsi del pesante fardello della gestione dei pubblici servizi, escludendo di fatto tale materia dal dibattito politico. Il boom dei mercati degli anni Novanta permette inoltre alle imprese di arricchirsi in modo spropositato, mettendo a loro disposizione i capitali per espandersi ad altri settori dei servizi di base: non solo l’acqua, dalla distribuzione alla depurazione delle acque reflue; ma anche l’energia, il gas per il riscaldamento, l’eliminazione dei rifiuti solidi urbani. Se volessimo valutare in chiave retrospettiva, l’ascesa di queste major potremmo attribuirla all’euforia economica di quegli anni, paragonandola alla bolla speculativa di Internet. A ogni modo, i numeri a oggi sono impressionanti. Suez-Ondeo (ex Lyonnaise Des Eaux) ha un fatturato netto di 2.1 miliardi di dollari ed è presente in 130 paesi (USA, Europa, Asia e America Latina) con 120 milioni di clienti, di cui 70 milioni nel settore acqua; Veolia, nata nel 2003 da Vivendi (ex General Des Eaux) di clienti ne ha 110 milioni, attestandosi quale prima compagnia del settore acqua (numero 463 su Fortune 500, l’elenco delle prime 500 aziende su scala mondiale), con un fatturato di oltre 2,5 miliardi di dollari. Da soli questi due colossi gestiscono oltre il 40% del mercato mondiale. Se a livello globale il 95% dei servizi legati alla distribuzione e depurazione dell’acqua sono ancora gestiti da poteri pubblici, le mega-imprese del settore stanno tentando di mettere le mani sui mercati in via di privatizzazione, spesso nascondendosi dietro il paravento delle sedi locali. Negli ultimi quindici anni i due giganti francesi e le loro molteplici filiali hanno firmato contratti di privatizzazione molto favorevoli, penetrando in quei mercati in cui si erano avviati, da parte delle autorità statali, processi di privatizzazione. È il caso di molti paesi dell’America Latina. Il forte indebitamento, con la conseguente necessità di ottenere sovvenzioni, ha permesso al Fondo Monetario Internazionale (anch’esso allineato alla teoria neoliberista di Friedman) di subordinare la concessione di prestiti alla condizione che venissero privatizzati i servizi collettivi. Attraverso gli accordi stipulati dagli stati con le organizzazioni internazionali – la Banca Mondiale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il World Water Council (espressione politica del vertici finanziari dei grandi gruppi industriali) – le multinazionali hanno avuto accesso a questi mercati in una posizione di sostanziale monopolio. L’effetto generalmente riscontrato è stato l’aumento delle tariffe, a cui però non è seguito il tanto atteso miglioramento del servizio. In alcuni casi, tuttavia, il malcontento della popolazione, esploso in manifestazioni di piazza e nel boicottaggio delle bollette, ha costretto i due colossi ad annullare gli accordi presi e a ritirarsi, per poi chiedere indennizzi alle istituzioni internazionali. A Tucuman, in Argentina, nel 1997 la popolazione ha intrapreso un movimento di disobbedienza civile rifiutandosi, constatato il peggioramento del servizio e il raddoppio delle tariffe, di pagare le bollette. L’ex Vivendi (ora Veolia), attraverso la sua filiale Aguas Argentinas aveva ottenuto nel 1995 la concessione dei servizi idrici e fognari della provincia. L’immediato aumento delle tariffe (104% in media) aveva suscitato le proteste dei consumatori, a cominciare dai contadini, che vedevano minacciato il raccolto della canna da zucchero. Il governo provinciale, stretto dall’opinione pubblica, ha appoggiato la protesta, presentando una domanda di sanzioni a seguito del ritrovamento di sostanze nocive nell’acqua erogata. Vivendi ha dapprima minacciato di interrompere la distribuzione; ha successivamente tentato di rinegoziare il contratto, per poi alla fine ritirarsi senza rispettare gli obblighi di servizio. In un secondo momento ha citato i consumatori di Tucuman presso il Centro internazionale per il regolamento dei conflitti relativi agli investimenti (Circi), un organismo della Banca Mondiale, che ha dato ragione alla provincia. Una vittoria a metà, poiché, successivamente a un cambio di governo nella provincia, i consumatori hanno perso la tutela legale del boicottaggio dei pagamenti. Analoga faccenda ha coinvolto la società Suez in Bolivia. L’11 gennaio 2005 l’azienda è stata costretta, dopo uno sciopero generale di tre giorni, a chiudere il contratto per la gestione delle acque potabili e lo smaltimento delle acque reflue di La Paz e di El Alto. Suez operava attraverso una filiale, la Aguas de Illimani Sa (Aisa) che, per inciso, è controllata per l’8% dalla Banca Mondiale attraverso la sua filiale privata, la Corporation Internationale Financière (Cif). Il colosso francese era approdato in Bolivia nel 1997 sulla scia delle privatizzazioni incoraggiate dal presidente dell’epoca, Sanchez de Losada, sostituendo la vecchia impresa statale Samapa. In pochi anni il costo dell’acqua è salito del 600%, mentre i costi di allacciamento sono raddoppiati. Contestualmente la società ha portato avanti una politica di riduzione dei costi che ha ridotto il numero degli addetti alla manutenzione, determinando un generale peggioramento del servizio. Gli aumenti tariffari hanno inciso in maniera più incisiva sulle fasce più basse della popolazione, che abitano appunto il quartiere di El Alto, dove vendere i servizi idrici è meno remunerativo dal momento che, come spiega Denis Cravel, specialista dell’acqua alla Banca Interamericana di Sviluppo (Bis), “la popolazione ha cattive abitudini, perché crede che il servizio debba essere gratuito, mentre l’acqua è sì un bene sociale, ma anche economico”. Nel 2004, all’annuncio di una serie di vantaggi concessi dal governo all’impresa, che garantivano un rendimento del 12% a spese delle zone più sfavorite della città, iniziano a formarsi i primi movimenti sociali. L’anno dopo, di fronte alla pressione di oltre seicento associazioni di quartiere, il governo di Carlos Mesa ha dovuto cedere, ordinando la rescissione del contratto di concessione dell’acqua alla Aguas de Illimani. L’ Italia è prima in Europa per consumo d’acqua, e terza nel mondo, con 1.200 metri cubi di consumo annuo pro capite. Più di noi solo Stati Uniti e Canada. Da un punto di vista normativo, il primo intervento dello Stato in materia di regolamentazione delle acque pubbliche risale al 1933. Con il Regio Decreto 11 dicembre 1933 n. 1775, Testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici, si tenta di mettere ordine nella gestione delle risorse idriche del Paese, fino a quel momento lasciata all’iniziativa privata o a vecchie convenzioni d’uso. Viene istituito un catasto delle utenze, la cui gestione è delegata a province e regioni, fermo restando il potere di controllo e di coordinamento da parte dell’autorità statale. Nei primi anni Ottanta la normativa viene integrata con norme volte a tutelare gli aspetti ambientali: innalzamento degli standard di sicurezza; adeguamento alle normative europee in tema di salvaguardia dell’ambiente; definizione delle caratteristiche fisico-chimiche delle acque destinate al consumo umano e agricolo; smaltimento delle acque utilizzate nei cicli produttivi; difesa del suolo, dei corsi d’acqua e delle risorse idriche in generale, dall’inquinamento. Ma la struttura del sistema nel suo complesso – il monopolio statale nella gestione del servizio e nella determinazione delle tariffe – rimane sostanzialmente invariata. È all’inizio degli anni Novanta, con l’entrata in vigore del D.L. 5 gennaio 1994 n. 36, Disposizioni in materia di risorse idriche (c.d. legge Galli), che inizia di fatto la privatizzazione del settore. L’art. 1 definisce tutte le acque superficiali e sotterranee una risorsa che deve essere salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarietà. Inoltre, qualsiasi uso delle acque deve salvaguardare le aspettative e i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio ambientale. Nonostante una dichiarazione d’intenti tanto elevata, la ratio della legge è in primo luogo quella di razionalizzare la gestione pubblica delle acque. I servizi idrici vengono riorganizzati sulla base di ambiti territoriali ottimali (ATO), il cui scopo è quello di superare la frammentazione delle gestioni e il conseguimento di adeguate dimensioni gestionali, definite sulla base di parametri fisici, demografici, tecnici, e sulla base delle ripartizioni politico-amministrative. La competenza in ordine alla definizione degli ATO viene attribuita alle regioni, alle province e ai comuni in modo concorrente. L’intento della legge è sostanzialmente meritevole. Si trattava, in quel contesto, di riorganizzare un servizio spesso svolto su scala locale, caratterizzato da una frammentazione delle competenze e un elevato spreco di risorse, sia in termini di perdite della rete idrica, sia in termini finanziari. Vi era inoltre l’esigenza, politica quanto economica, di delegare la gestione di determinati servizi – che nel lungo periodo avrebbero necessitato sempre maggior specializzazione e investimenti – a soggetti terzi che non fossero le pubbliche istituzioni. Altri paesi europei, del resto, avevano già intrapreso la via della privatizzazione. Inserendosi nella linea tracciata dal legislatore inglese, che aveva cominciato a privatizzare nel 1989 (Severn Trent e Thames Water, le due società coinvolte, operano ormai da anni a livello internazionale) e da quello francese, l’art. 8 della legge Galli prevedeva la possibilità per province e comuni di provvedere, al fine di garantire la gestione dei servizi idrici secondo criteri di efficienza, efficacia ed economicità, alla gestione integrata del servizio anche con una pluralità di soggetti diversi dagli enti pubblici. Tali enti vengono successivamente identificati dall’art. 113 del D.L. 18 agosto 2000, n. 267 Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali in: aziende speciali; società per azioni o a responsabilità limitata a prevalente capitale pubblico o locale costituite o partecipate dall’ente titolare del pubblico servizio; società per azioni senza il vincolo della proprietà pubblica maggioritaria. Ma il governo Berlusconi tenta il colpaccio, inserendo nella legge finanziaria del 2002 (D.L. 28 dicembre 2001 n. 448) una norma, l’art. 35, che abroga il testo originario, stabilendo al contempo che l’erogazione del servizi debba avvenire in regime di concorrenza, conferendo la titolarità del servizio a società di capitale individuate attraverso l’espletamento di gare a evidenza pubblica. L’art. 35, indicando solamente le società di capitali, escludeva tutte le società che gestivano i servizi in virtù di un affidamento diretto, tagliando fuori di fatto tutte le aziende pubbliche o comunque le società derivanti dalla trasformazione delle ex-municipalizzate. Inoltre l’affidamento del servizio doveva avvenire mediante una procedura concorrenziale come la gara, nella quale si valutano le condizioni economiche e quindi si utilizzano i classici meccanismi comparativi del mercato. Una normativa successiva (art. 14 D.L. 30 settembre 2003 n. 269) ha apportato significative modifiche al testo di legge, abrogando in parte l’art. 35 e introducendo tre possibili forme di gestione dei servizi pubblici locali: le società di capitali individuate attraverso gara; le società a capitale misto pubblico-privato nelle quali il socio privato viene individuato attraverso gara; le società per azioni a capitale interamente pubblico. Anche in Italia le grandi aziende nate dalla privatizzazione del sistema pubblico si stanno affermando. Sono, nella maggior parte dei casi, società a partecipazione pubblica, risultato spesso di fusioni tra aziende con ambiti territoriali contigui e omogenei. Le più grandi, Acea e Iride, sono quotate sulla borsa di Milano nel settore blue chip, che comprende i titoli a più alta capitalizzazione, e controllano per mezzo di pacchetti azionari una miriade di aziende più piccole. Le recenti normative hanno trasformato il sistema pubblico, in cui lo Stato era sostanzialmente l’unico operatore, in un sistema misto con pochi attori nel quale la componente finanziaria è molto accentuata. In un sistema di questo tipo l’acqua cessa di essere una risorsa, per diventare un bene e, come tale, assoggettato alle dinamiche del mercato. Il prezzo dell’acqua viene a incorporare, oltre ai costi, anche i profitti che qualsiasi azienda si prefigge. L’osservatorio prezzi e tariffe, nella relazione sul servizio idrico integrato del dicembre 2006 afferma che “la dinamica delle tariffe si colloca nell’ultimo biennio sensibilmente al di sopra dell’inflazione media e nell’ultimo anno le variazioni sui dodici mesi precedenti oscillano tra il 4 e il 5% (l’indice medio generale, nello stesso biennio, si è assestato intorno al 2%, n.d.r.). La dinamica, nello stesso periodo, del prezzo al consumo dell’acqua è più accentuata in Italia rispetto ai paesi dell’area dell’euro e dell’Europa a quindici”. Inoltre “dai dati emerge la forte differenziazione tra le diverse città. Tra Firenze, città capoluogo di regione in cui l’acqua è più cara (300 euro), e Milano, il divario di spesa annua ammonta nel 2006 a 189 euro. Forti differenze si rilevano anche tra province della stessa regione”. Nel momento in cui l’acqua cessa di essere considerata una risorsa fondamentale per la vita, trasformandosi in un bene di consumo, diviene oggetto delle dinamiche finanziarie. La struttura dell’ambito territoriale ottimale pensata in prima istanza per razionalizzare l’erogazione dei servizi idrici, in un sistema di libero mercato si è trasformata in una nicchia impenetrabile alla concorrenza. Non è infatti economicamente efficace che una pluralità di operatori insistano sul medesimo territorio; di conseguenza, per ritagliarsi una fetta di mercato, le aziende si fondono con lo scopo di ottenere il controllo di più ATO possibili, all’interno dei quali operare in veste di sostanziale monopolio. È utopia credere che le aziende siano spinte a ridurre le tariffe senza una reale concorrenza, come è altrettanto utopistico pensare che questo obiettivo venga prima di quello di aumentare i profitti, soprattutto per quelle aziende che sono quotate in borsa. La capacità di un’azienda di investire, e di conseguenza di migliorare il servizio, è subordinata alla condizione di soddisfare i requisiti richiesti dal mercato, in modo da creare capitali da reinvestire sotto forma di miglioramento strutturale. Se in un regime pubblicistico, per sua definizione senza scopo di lucro, il costo di un bene rappresenta il costo sostenuto per la sua produzione, in un regime privatistico esso incorpora una nuova variabile: il profitto. Forse per questo la riduzione delle tariffe è rimasta la grande chimera della privatizzazione. In un sistema totalmente privatizzato non c’è spazio per la solidarietà, principio al quale la gestione pubblica di un servizio deve sottostare. L’acqua, cioè il diritto alla vita, in un regime oligopolistico di mercato, diviene di fatto un bene sensibile a forme di speculazione. Si tratta in ultima istanza di una più vasta questione etica, che nasce dalla domanda: entro quale limite è possibile subordinare i servizi di quello che era considerato una volta lo Stato sociale, alle dinamiche finanziarie? E quanto è lecito lucrare, trarre guadagno, dalla fornitura di beni indispensabili alla vita? Fortunatamente, le voci contrarie alla totale privatizzazione dei servizi idrici non mancano, anche in seno alle istituzioni. Il decreto Lanzillotta, ancora al vaglio del Parlamento, si prefigge di evitare la totale privatizzazione del settore idrico. Ecco come ne parla lo stesso ministro degli Affari regionali, Linda Lanzillotta, sulle colonne del Corsera il 20 maggio 2007: “L’intesa si basa su un principio chiaro e incontrovertibile: la distinzione netta tra gestione pubblica e mercato. Se i Comuni vorranno gestire direttamente i servizi pubblici locali lo potranno fare attraverso i propri uffici o con le aziende speciali che altro non sono se non un’articolazione amministrativa dello stesso Comune. Essi dovranno quindi agire secondo le regole stringenti e trasparenti del regime pubblicistico: i bilanci delle aziende speciali saranno sottoposti alle regole del patto di stabilità, le assunzioni si faranno per concorso, gli appalti con regole pubbliche, l’obbligo di operare solo per conto del Comune proprietario ed entro il suo territorio, l’impossibilità di partnership con i privati. Se, invece, si sceglierà di operare secondo una logica imprenditoriale attraverso una società per azioni, allora per scegliere il gestore si dovrà passare attraverso una gara. Starà al Comune decidere, come è costituzionalmente giusto che sia. E non ci sarà differenza tra società pubbliche, private o miste: bisognerà dimostrare con le gare di essere più efficienti e di offrire una migliore qualità. La soluzione indicata dall’Unione quindi non è un ritorno all’indietro ma una drastica correzione dei fenomeni degenerativi prodotti dalle norme Buttiglione (il famigerato art. 35 della finanziaria 2002, n.d.a.) che, consentendo un indiscriminato ricorso agli affidamenti in house a società pubbliche e miste, ha alimentato la moltiplicazione di tali società con una crescita smisurata del peso della politica e il conseguente aumento delle tariffe (o dei tributi locali) per pagare inefficienze, apparati spropositati, gestioni sottratte sia ai controlli pubblici che alla verifica del mercato”. Di conseguenza, continua il ministro, “chi sceglierà di gestire i servizi attraverso i moderni strumenti industriali avrà una sola strada: il mercato e, quindi, l’obbligo delle gare. Principio al quale non ci sono deroghe. Altro che ritorno al passato. Tutto al contrario: si chiude con l’epoca degli affidamenti diretti e si apre una nuova fase che spingerà anche le spa pubbliche a essere più efficienti, più competitive, più attente ai bisogni dei consumatori, più orientate all’innovazione”. A sentire il ministro, non sembra essere cambiato molto nel dibattito politico italiano negli ultimi venti anni, più attento alla forma che non alla sostanza della democrazia. Per quanto il decreto Lanzillotta si prefigga di sanare le storture di un sistema che si è rapidamente trasformato da monopolio statale a oligopolio privato, evitando la totale privatizzazione del settore, una cosa è certa: la gestione pubblica delle acque – e in generale dei servizi primari – è un fardello di cui gli stati moderni non sopportano più il peso. Tuttavia solo la gestione pubblica, improntata a principi economicamente sostenibili, può garantire che l’acqua rimanga patrimonio collettivo e, in quanto tale, da salvaguardare da quello sfruttamento indiscriminato a cui spesso la storia economica contemporanea ci ha abituato. In un contesto come quello moderno, caratterizzato da una fitta ragnatela di rapporti che legano la politica alla finanza, il dominio economico può facilmente trasformarsi in influenza politica. E nel caso dell’acqua il rischio è ormai quasi certezza. Intanto, a livello internazionale, la situazione non sembra prendere una strada diversa. Dal secondo Forum internazionale dell’acqua (L’Aia, 2002) in avanti l’indirizzo dominante è quello di considerare l’acqua principalmente un bene economico (non più quindi un bene sociale, figuriamoci una risorsa!), il cui valore deve essere determinato sulla base del giusto prezzo, fissato dal mercato nell’ambito della libera concorrenza. Al World Water Forum di Città del Messico, che si è tenuto a marzo del 2006, gli organizzatori (il privato World Water Council) hanno parlato di sfida globale da cogliere mediante azioni locali: superare il rapporto tra Stati (e tra aziende e Stati) per creare rapporti tra comunità locali (e tra aziende e comunità locali). Verrebbe da chiedersi come sia possibile riequilibrare in questo modo un sistema che già pende verso gli interessi finanziari delle grandi aziende, quando le comunità locali sono ancor più deboli degli Stati nelle trattative con le grandi multinazionali. | |
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NUCLEARE: COORDINAMENTO TOSCANO PER DIRE 'NO', PRIMO IN ITALIA |
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Scritto da Presidente
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Friday 04 June 2010 |
| Per dire 'no' al nucleare e' nato un Coordinamento toscano, unico nel suo genere in Italia, che riunisce 16 associazioni regionali. La Toscana, spiegano i promotori, e' la prima regione a livello nazionale in cui si consolida ''un coordinamento interassociativo che dice un no chiaro alla scelta nuclearista del governo''. Tra le prime iniziative comuni sono stati prodotti un decalogo di '10 buoni motivi per opporsi al nucleare' e il documento 'Le tante facce del nucleare'. Si tratta, si sottolinea dal Coordinamento, di un movimento ''trasversale e interassociativo'', composto non solo da associazioni ambientaliste (Italia Nostra, Legambiente, Wwf), ma anche culturali e ricreative, fino all'Arci, a Libera e all'associazione dei medici per l'ambiente. Il Coordinamento (che ha anche attivato un sito web http://nonuketoscana.blogspot.com) definisce ''vecchia, diseducativa e antieconomica la scelta del nucleare'', e lancia un allarme ''nei confronti dei propositi che il governo nazionale ha manifestato sull'energia nucleare''. Il movimento toscano, per ''sensibilizzare'' i cittadini, sara' presente alla mostra-convegno 'Terra Futura' che si apre domani alla Fortezza da Basso di Firenze, dove, tra l'altro, ci sara' anche il Coordinamento nazionale. Tra i principali obiettivi futuri, poi, una campagna di informazione rivolta in particolare ai giovani.( | |
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Il Sud povero e sconfitto |
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Scritto da Presidente
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Friday 04 June 2010 |
Il Sud si spopolerà a favore del Centro-Nord, i giovani saranno un milione in meno mentre gli anziani diventeranno un quarto abbondante della popolazione italiana, se i posti di lavoro non aumenteranno al ritmo di 480.000 l'anno il nostro tenore di vita si ridurrà notevolmente. E se non vorremo poi vedere esplodere il nostro debito pubblico, riportarlo alla soglia 'psicologica' del 99 per cento del Pil ci costerà un accantonamento di risorse di 12 miliardi l'anno (che sarebbe ottimale recuperare attraverso la lotta all'evasione fiscale). E' l'Italia al 2030 che emerge dalle proiezioni del Censis, discusse stamane a Roma nel convegno "Come staremo al mondo?", che apre il tradizionale "Mese di sociale" dell'Istituto di studi sociali. "Fare previsioni è un azzardo - ammette il direttore del Censis Giuseppe Roma - in questo caso siamo partiti dalla demografia perché è molto attendibile. Quello che emerge chiaramente è che c'è un problema generazionale: perderemo un milione di giovani, una questione che dovrebbe essere forse più intensamente occasione di dibattito. Ce lo possiamo davvero permettere? E non succederà per caso, ma perch* la famiglia non è al centro delle politiche che guardano al futuro. Vorremmo invece mettere i giovani al centro delle discussioni politiche, sociali economiche: significa che dobbiamo metterli in condizione di fare più figli, creando più posti di lavoro. Non si può certo tornare alla vecchia società patriarcale, sostenendo che si farebbero più figli se le donne non lavorassero: è il contrario, se ne fanno di più se la donna lavora di più, e se i redditi delle famiglie sono detassati. Noi vorremmo un titolo tipo "2020, facciamo l'Italia un po' più giovane". L'altra palla al piede del nostro Paese è che siamo oberati di debiti, dobbiamo almeno arrivare sotto la soglia psicologica, sotto il 100% del Pil, e senza questi 480.000 posti di lavoro l'anno in più il Pil non crescerà. Più giovani, più lavoro e più benessere pere tutti. Se noi diciamo che i giovani sono bamboccioni diamo una lettura del problema, se diciamo che i giovani sono necessari ne diamo un'altra". Il Sud spopolato e impoverito. Le previsioni del Censis si basano su modelli che tengono conto delle tendenze attuali, ma in qualche caso si introducono delle variabili, in particolare per i posti di lavoro che sarebbe augurabile ottenere e per la riduzione del debito pubblico (senza la quale arriveremmo al collasso). Sconsolante vedere come diventerà ancora più profondo il divario tra Nord e Sud in assenza di adeguate politiche di sostegno e di rilancio delle Regioni del Mezzogiorno: "Nel 2030 - si legge nello studio del Censis - la popolazione residente in Italia sarà di 62 milioni 129mila persone, il 3,2% in più rispetto al 2010. Mentre gli abitanti delle Regioni del Sud diminuiranno (-4,3%), saranno i residenti nel Centro-Nord ad aumentare in modo consistente (+7,1%), soprattutto per effetto dell'immigrazione". Il che si traduce in 890.000 abitanti in meno per il Mezzogiorno che "in assenza di interventi significativi, continuerà a perdere attrattività", e in 2,8 milioni di persone in più nel Centro-Nord. Con conseguenze disastrose: "Il trend di impoverimento del capitale umano al Sud comporterà un allargamento del divario rispetto al Nord sia come mercato di consumatori, sia come bacino di lavoratori, intaccando così i principali fattori di generazione della ricchezza". Il 26,5% della popolazione sarà over 65. Non meno scoraggianti le previsioni sull'evoluzione della popolazione: i giovani di 18-34 anni passeranno dagli attuali 12.026.000 a 10.791.000 nel 2030 (anche qui, in assenza di adeguate politiche a sostegno delle famiglie), calando di oltre il 10% in vent'anni, mentre gli over 65 aumenteranno dagli attuali 12.216.000 a 16.441.000 (+34,6%), arrivando a costituire il 26,5% della popolazione. Questo anche perché la vita si allungherà ulteriormente, raggiungendo gli 87,5 anni per le donne e 82,2 anni per gli uomini. I principali Paesi europei in media tenderanno ad aumenti demografici superiori a quelli italiani, con l'eccezione della Germania. L'Italia sarà sempre di più il Paese più vecchio d'Europa: la quota media di giovani sul totale della popolazione sarà infatti del 20,8% nel Regno Unito, del 20,3% in Francia e del 19% in Spagna, ma in Italia si fermerà al 17,4%. Tenore di vita attuale non più sostenibile. Se l'Italia non diventerà un Paese più produttivo, con un numero più alto di posti di lavoro, dovrà dire definitivamente addio al suo attuale tenore di vita (sostenuto al momento grazie a una situazione estremamente squilibrata, nella quale i giovani si appoggiano alle famiglie d'origine anche oltre i 30 anni). E quindi il tasso di occupazione dovrebbe salire dall'attuale 57,5% al 60,1% nel 2030. Se invece volessimo raggiungere l'obiettivo previsto dalla strategia di Lisbona (una quota di occupati del 70 per cento tra la popolazione di 15-64 anni) bisognerebbe creare 480.000 nuovi posti di lavoro l'anno per i prossimi dieci anni. Il debito pubblico: 12 miliardi annui di risparmi. I principali Paesi europei hanno un debito pubblico percentualmente inferiore al Pil, ricorda il Censis: 64,9% la Spagna, 78,8% la Germania, 79,1% il Regno Unito, 83,6% la Francia, media europea 79,6%. Quello italiano è salito dal 95,2% del 1990 al 109,2% del 2000 e quest'anno dovrebbe raggiungere il 118,2%. Il Censis neanche prova ovviamente a fare una proiezione del livello che il debito potrebbe raggiungere se continuasse di questo passo. Suggerisce invece un "accantonamento di risorse" di 12 miliardi di euro l'anno che, con una crescita costante del Pil dell'1% (previsione peraltro non brillante) ci permetterebbe di scendere sotto la soglia del 100% già nel 2020. |
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Pubblica Amministrazione trasparente |
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Scritto da Presidente
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Thursday 03 June 2010 |
Nella pubblica amministrazione due condizioni sono fondamentali - tra le altre - per arginare il fenomeno della corruzione: a) il rafforzamento della dirigenza rispetto all’ingerenza della politica; b) la trasparenza dello stato patrimoniale dei dirigenti che svolgono funzioni di vertice. Il principio della distinzione tra politica e amministrazione, ricompreso nel principio costituzionale di imparzialità e buon andamento, prevede che alla politica sia affidato il compito di definire le strategie, gli indirizzi e la valutazione dei dirigenti. A questi ultimi spetta la gestione e l’adozione di tutti gli atti amministrativi in piena autonomia e responsabilità nel rispetto della corretta gestione della cosa pubblica. Perché questo si realizzi la dirigenza deve essere fortemente autonoma dalla politica che non può e non deve influenzarne l’azione attraverso possibili condizionamenti anche psicologici come la non riconferma, discrezionale e arbitraria, alla scadenza, nell’incarico. Se il dirigente non ha demeritato deve essere riconfermato nell’incarico, salvo il diritto (motivato) dell’amministrazione di procedere ad una rotazione quando l’incarico sia particolarmente delicato e sia consigliabile una permanenza nello stesso per un tempo limitato per evitare possibili consolidamenti distorti del potere burocratico-amministrativo. Il secondo aspetto riguarda la necessaria trasparenza per gli incarichi di vertice non solo della retribuzione stipendiale e degli incarichi aggiuntivi, ma anche dello stato patrimoniale. Di questi elementi utili per arginare il fenomeno della corruzione non solo non c’è traccia nel ddl anticorruzione, ma il governo sembra muoversi verso una direzione opposta. Con il recente decreto legge sulla manovra economica correttiva, infatti, viene definitivamente meno, per i dirigenti, ogni garanzia dall’ingerenza della politica. Alla scadenza del contratto il dirigente pubblico è rimesso al libero arbitrio della politica, poiché anche se non ha demeritato può essere senza alcuna motivazione assegnato ad altro incarico con una retribuzione inferiore. E’ questa la meritocrazia tanto voluta dal ministro Brunetta? Può il dirigente essere autonomo dalla politica se questa può decidere liberamente il destino lavorativo e personale dello stesso dirigente? Che fine ha fatto il principio richiamato più volte dalla Corte Costituzione della valutazione oggettiva delle qualità e capacità professionali dei dirigenti? Se si vuole rendere imparziale l’azione amministrativa si deve rafforzare l’autonomia della dirigenza rivedendo anche l’attribuzione degli incarichi dirigenziali agli esterni. Di tali norme non c’è traccia nei recenti provvedimenti governativi. Perché non pensare ad un sistema di valutazione dei curricula dei dirigenti esterni da parte di organismo autonomo, o ad un parere preventivo sui requisiti espresso dalle competenti Commissioni parlamentari o ancora perché non ripristinare la nomina da parte del Capo dello Stato? Anche per quanto riguarda la trasparenza delle retribuzioni dei dirigenti le azioni poste in essere dal governo non vanno certamente verso una maggiore trasparenza. Il ministro Brunetta, al quale va il merito di aver imposto la pubblicazione degli stipendi e dei curricula dei dirigenti, ha poi “chiarito” che la pubblicazione dei trattamenti economici riguarda solo le retribuzioni stipendiali con esclusione dei dati reddituali del dirigente, mentre esiste già da anni una norma che prevede per tutti i dirigenti la comunicazione dello stato patrimoniale come avviene per i parlamentari e i componenti del governo. Forse tale norma (art. 17, comma 22, della legge 127/97), riguardando la generalità dei dirigenti pubblici (comprendendo ad es. anche i medici, i presidi e persino i dirigenti senza incarico), ha avuto come conseguenza una non puntuale applicazione; ma allora perché non circoscriverla ai soli vertice della pubblica amministrazione o a quei dirigenti assegnati ad incarichi particolarmente delicati, anche applicando una idonea sanzione, invece di continuare a far finta che non esista? Qualcuno ci ricorderà sicuramente il diritto alla privacy, ma quando un dirigente accetta liberamente di svolgere un incarico di vertice nella pubblica amministrazione non può sottrarsi alla più ampia trasparenza. Ma al tempo stesso è necessario introdurre idonee misure di semplificazione delle procedure, di controllo e di verifica dell’attività amministrativa della dirigenza pubblica, di efficaci controlli interni, e di servizi ispettivi con il compito anche di verificare possibili conflitti d’interesse dei dirigenti in relazione agli atti compiuti. Solo così la pubblica amministrazione potrà riacquistare la fiducia dei cittadini e combattere la corruzione al suo interno senza delegare tale compito, come purtroppo molte volte avviene, al giudice penale. |
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AGROENERGIE (CONFAGRI),GOVERNO FRENA RINNOVABILI |
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Scritto da Presidente
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Wednesday 02 June 2010 |
| (ANSA) - ROMA - Agroenergie, l'associazione del settore aderente a Confagricoltura, si dichiara ''preoccupata'' del decreto in base al quale il Gestore dei servizi energetici non sara' piu' obbligato a riacquistare i 'certificati verdi' in eccesso. ''E' una misura - commenta in una nota - che provochera' il blocco di nuovi investimenti e ingenti problemi economici agli impianti in produzione, in particolare a quelli a biomasse e biogas. Una modifica del sistema legislativo in controtendenza rispetto all'obiettivo per l'Italia di utilizzare, al 2020, almeno il 17% di energia da fonti rinnovabili''. La decisione viene presa, fa notare Agroenergie, nel momento in cui l'Italia si accinge a presentare a Bruxelles il piano di azione nazionale sulle rinnovabili, in cui saranno indicati gli strumenti e le misure per raggiungere questo obiettivo. ''Ancora una volta, nel settore delle rinnovabili si agisce in modo incoerente - conclude Agroenergie - perche' da una parte si prevede adeguamento, riordino e potenziamento del sistema di incentivazione soprattutto in riferimento alle biomasse e al biogas, dall'altra viene smontato uno strumento indispensabile per lo sviluppo delle agroenergie, per la tutela dell'ambiente e per la crescita dell'occupazione''. | |
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l diritto alla salute ci rende una comunitą civile |
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Scritto da Presidente
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Wednesday 02 June 2010 |
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Perché la Fabbrica di Nichi "Denny Gadsaleta" vuole riflettere sul diritto alla salute? Perché sentiamo il bisogno, come la grande maggioranza dei cittadini di Rocchetta , di ragionare sui problemi concreti, sui bisogni delle persone. – la sfida parte da Rocchetta Sant’Antonio lanciata da Virgilio Caivano - Discutiamo dunque di temi concreti. E tra questi temi concreti i servizi alle persone occupano un posto di primissimo piano. Perché non c’è dubbio che la sanità, e dunque il diritto alla salute per ogni cittadino, sia il primo indicatore sul quale si misura la qualità di una comunità civile. Le preoccupazioni, le aspettative, le esigenze primarie delle famiglie si concentrano in gran parte sul tema della salute e del lavoro. La visione del futuro di una classe dirigente locale si misura anche dalla sua capacità di assicurare al più ampio numero di persone servizi seri ed affidabili, giusti e accessibili. Ma non solo: il sistema sanitario è lo specchio di un paese. Vi si ritrovano i punti di forza di una realtà locale e territoriale insieme ai suoi punti di debolezza, il livello di efficienza nella spesa pubblica insieme al grado di responsabilità degli amministratori, le competenze e la passione di moltissimi straordinari professionisti. Guardiamo allora alla sanità locale, al diritto alla salute – rilancia Caivano - anche come ad un esempio di quella sostanza su cui dovrebbe concentrarsi la politica. Invece di perdersi dietro le liti infinite provocate da quelle che sembrano solo questioni di forma. Pensiamo che il livello di disaffezione dalla politica di moltissimi cittadini (un livello ormai drammatico, come è stato dimostrato anche dall’astensionismo nelle ultime elezioni regionali) sia legato soprattutto all’incapacità della politica di occuparsi della sostanza dei problemi. Meno ideologia, più concretezza. Anche nel campo della sanità. Dovremmo fare in modo che il municipalismo ed il regionalismo accelerino i processi virtuosi (nelle regioni che riescono a tenere i conti in ordine coma la Puglia) senza accentuare i comportamenti viziosi delle altre regioni. Il diritto alla salute è un settore fondamentale ed è proprio in questo campo che si misura l’importanza dei temi del merito come criterio di promozione e valutazione, della capacità della politica di sapere investire sul futuro (e dunque sull’innovazione e sulla ricerca) ma anche della capacità di chi amministra la cosa pubblica di reperire risorse per la crescita". |
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La Finanziaria e gli Enti inutili |
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Scritto da Presidente
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Friday 28 May 2010 |
La manovra Tremonti serve a tagliare la spesa pubblica e quindi a tranquillizzare – almeno per il momento – i mercati internazionali. Manca quasi del tutto la parte dedicata allo sviluppo, come rilevato giustamente ieri da Emma Marcegaglia. Senza la crescita economica, il rapporto deficit /PIL è destinato a restare alto. Troppo alto. Per questo, dopo aver approvato questa manovra di tagli alla spesa, dovremo iniziare ad affrontare il tema delle riforme strutturali che il nostro Paese attende da troppo tempo. Con l’obiettivo crescita economica. Tornando alla manovra Tremonti, dato che siamo dinanzi a tagli di spesa in molti casi sacrosanti, con tanto di soddisfazione popolare, credo che si debba fare di più. Stiamo tagliando? E allora tagliamo sul serio! Capitolo Province. Io sarei per l’abolizione totale, ma visto che la politica è il regno del possibile, mi limiterei a raddoppiare il limite di 220.000 abitanti contenuto nell’articolo 5 della manovra. In tal modo, una quarantina di Province (ma non quelle delle Regioni a Statuto speciale) verrebbero cancellate. Capitolo Enti inutili. Dovrebbero essere 27 gli enti inutili che saranno soppressi. Serve uno sforzo maggiore. Aboliamo il PRA, con tanto di riconduzione al libretto di circolazione dei dati ricompresi nel foglio complementare e trasferimento alla motorizzazione civile e ad altre amministrazioni pubbliche con carenze d’organico del relativo personale (ben 4000 unità). E tagliamo l’Agenzia nazionale dei segretari comunali, che costa 120 milioni di euro l’anno e le cui competenze possono essere tranquillamente trasferite al Ministero dell’Interno. Per non parlare dei tribunali militari, che dall’abolizione della leva in poi, servono davvero a poco. E potrei continuare a lungo, con Unire, Buonitalia, etc. Capitolo privatizzazioni e liberalizzazioni. Ieri sempre la Marcegaglia ha tuonato “La miriade di società a controllo pubblico allarga la propria presenza e tende a sottrarre spazi al mercato“. Ha ragione. 25.000 poltrone nelle municipalizzate sono uno scandalo. In tal modo si danneggiano le imprese, si limita la concorrenza e quindi aumentano le tariffe. E non si favorisce la ripresa economica. Metteremo tutto nero su bianco, con appositi emendamenti che discuteremo preventivamente sia all’interno del Pdl che all’interno della maggioranza. Tagliamo sul serio, insomma. Ma il giorno dopo l’approvazione di questa manovra, il Pdl deve presentare una proposta organica e condivisa di riforme strutturali per favorire la crescita economica. È una questione non più rinviabile. ( da Generazione Italia- On. Italo Bocchino |
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Obama, mai pił rischi "Trivellazioni solo sicure |
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Scritto da Presidente
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Saturday 22 May 2010 |
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WASHINGTON - Nuove trivellazioni per la ricerca di petrolio in mare in futuro dovranno essere permesse solo se sarà garantito che non potranno provocare disastri ambientali. Lo ha affermato il presidente americano Barack Obama nel suo discorso settimanale via radio e internet. Parole che risuonano nella nazione mentre il greggio continua a fuoriuscire dalle falle sottomarine apertesi a fine aprile per l'affondamento di una piattaforma 1 della British Petroleum nel golfo del Messico.
"Se le leggi che abbiamo non sono adeguate, o se non le abbiamo attuate, io lo voglio sapere - ha detto Obama -. Voglio sapere cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella nostra risposta al disastro", ha aggiunto il presidente, sottolineando la necessità di fare "molto di più per proteggere la salute e l'incolumità della nostra gente, salvaguardare la qualità della nostra aria e dell'acqua" e verificare "come operano le industrie petrolifera e del gas e come ne regoliamo" le attività.
Obama ha quindi ufficializzato la nascita della commissione che dovrà far luce sul disastro ambientale nel Golfo del Messico. Lo scopo dell'organismo bipartisan è "di analizzare le cause all'origine del disastro e di offrire opzioni sul tipo di misure a tutela della sicurezza e dell'ambiente che dobbiamo adottare per evitare il ripetersi di un simile disastro".
Come anticipato da Cnn, la commissione è presieduta dal senatore democratico Bob Graham, ex governatore della Florida, e dal repubblicano William Reilly (nella foto), ex numero uno dell'Environmental Protection Agency (Epa, l'equivalente del nostro ministero dell'ambiente). Scelti a Obama per la loro "grande esperienza" e "capacità di giudizio". "Nei giorni a venire nominerò per la commissione altri cinque americani, tra scienziati, ingegneri e attivisti del settore dell'ambiente - ha aggiunto Obama -. E li incaricherò di riferire tra sei mesi fornendo raccomandazioni su come prevenire e mitigare l'impatto di eventuali perdite di petrolio causate da prospezioni in mare". La commissione - è una delle ipotesi fatte da Cnn - potebbe arrivare alla messa al bando della Bp, col conseguente allontanamento della compagnia da tutti i giacimenti petroliferi federali Usa. Dopo il fallimento delle cupole in acciaio 2, la multinazionale inglese del petrolio tenterà di tappare le falle con un tappo di cemento la prossima settimana, in ulteriore ritardo rispetto alle previsioni. Nella migliore delle ipotesi, l'operazione comincerà martedi. E saranno giorni in cui la Bp dovrà continuare a rispondere 3 alle tante accuse che le vengono mosse, dalla mancata trasparenza nelle operazioni di recupero al conflitto di interesse generato dal fatto che alcuni laboratori di analisi sono legati alle compagnie petrolifere. |
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Obama, mai pił rischi "Trivellazioni solo sicure |
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Scritto da Presidente
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Saturday 22 May 2010 |
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WASHINGTON - Nuove trivellazioni per la ricerca di petrolio in mare in futuro dovranno essere permesse solo se sarà garantito che non potranno provocare disastri ambientali. Lo ha affermato il presidente americano Barack Obama nel suo discorso settimanale via radio e internet. Parole che risuonano nella nazione mentre il greggio continua a fuoriuscire dalle falle sottomarine apertesi a fine aprile per l'affondamento di una piattaforma 1 della British Petroleum nel golfo del Messico.
"Se le leggi che abbiamo non sono adeguate, o se non le abbiamo attuate, io lo voglio sapere - ha detto Obama -. Voglio sapere cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella nostra risposta al disastro", ha aggiunto il presidente, sottolineando la necessità di fare "molto di più per proteggere la salute e l'incolumità della nostra gente, salvaguardare la qualità della nostra aria e dell'acqua" e verificare "come operano le industrie petrolifera e del gas e come ne regoliamo" le attività.
Obama ha quindi ufficializzato la nascita della commissione che dovrà far luce sul disastro ambientale nel Golfo del Messico. Lo scopo dell'organismo bipartisan è "di analizzare le cause all'origine del disastro e di offrire opzioni sul tipo di misure a tutela della sicurezza e dell'ambiente che dobbiamo adottare per evitare il ripetersi di un simile disastro".
Come anticipato da Cnn, la commissione è presieduta dal senatore democratico Bob Graham, ex governatore della Florida, e dal repubblicano William Reilly (nella foto), ex numero uno dell'Environmental Protection Agency (Epa, l'equivalente del nostro ministero dell'ambiente). Scelti a Obama per la loro "grande esperienza" e "capacità di giudizio". "Nei giorni a venire nominerò per la commissione altri cinque americani, tra scienziati, ingegneri e attivisti del settore dell'ambiente - ha aggiunto Obama -. E li incaricherò di riferire tra sei mesi fornendo raccomandazioni su come prevenire e mitigare l'impatto di eventuali perdite di petrolio causate da prospezioni in mare". La commissione - è una delle ipotesi fatte da Cnn - potebbe arrivare alla messa al bando della Bp, col conseguente allontanamento della compagnia da tutti i giacimenti petroliferi federali Usa. Dopo il fallimento delle cupole in acciaio 2, la multinazionale inglese del petrolio tenterà di tappare le falle con un tappo di cemento la prossima settimana, in ulteriore ritardo rispetto alle previsioni. Nella migliore delle ipotesi, l'operazione comincerà martedi. E saranno giorni in cui la Bp dovrà continuare a rispondere 3 alle tante accuse che le vengono mosse, dalla mancata trasparenza nelle operazioni di recupero al conflitto di interesse generato dal fatto che alcuni laboratori di analisi sono legati alle compagnie petrolifere. |
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Senato degli Stati Uniti dą il via libera alla riforma di Wall Street |
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Scritto da Presidente
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Friday 21 May 2010 |
Il Senato degli Stati Uniti ha approvato ieri sera la più vasta riforma del sistema di regolazione finanziaria americano dagli anni 1930, priorità legislativa del presidente Barack Obama. I senatori hanno adottato questo testo con 59 voti contro 39, alcune ore dopo un primo voto che aveva messo fine al dibattito sul progetto di legge alla Camera alta. Il Senato dovrà ora conciliare la sua versione del progetto di legge con quella adottata nello scorso mese di dicembre alla Camera dei rappresentanti, prima che il testo possa essere inviato alla Casa Bianca per la promulgazione da parte del presidente Obama. Il testo introduce nuovi sistemi di monitoraggio del rischio nel sistema finanziario e rende più semplice la liquidazione di grandi istituti finanziari vicini al fallimento. Sono previste inoltre nuove regole per i complessi strumenti finanziari derivati, per molti tra i principali responsabili del tracollo di Wall Street di fine 2008. Nascerà anche una nuova agenzia per la protezione dei consumatori. "Non si potrà scommettere più con il denaro della gente", ha dichiarato il capo della maggioranza democratica Harry Reid dinanzi alla stampa al termine della votazione. "Quando questo progetto di legge sarà promulgato, il rodeo a Wall Street sarà terminato", ha insistito. Reid ha anche espresso soddisfazione per l'approvazione del testo anche da parte di quattro repubblicani "coraggiosi" che si sono dissociati dal resto del partito. Due democratici, che volevano ottenere voti sui loro emendamenti, hanno votato "no". "Questo progetto di legge promette di rallentare la crescita economica poiché impone una pesante regolamentazione alle imprese, piccole o grandi", ha dichiarato il repubblicano Richard Shelby al Senato affermando che "gli americani meritano di meglio". |
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