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Il Sud povero e sconfitto |
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Scritto da Presidente
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Friday 04 June 2010 |
Il Sud si spopolerà a favore del Centro-Nord, i giovani saranno un milione in meno mentre gli anziani diventeranno un quarto abbondante della popolazione italiana, se i posti di lavoro non aumenteranno al ritmo di 480.000 l'anno il nostro tenore di vita si ridurrà notevolmente. E se non vorremo poi vedere esplodere il nostro debito pubblico, riportarlo alla soglia 'psicologica' del 99 per cento del Pil ci costerà un accantonamento di risorse di 12 miliardi l'anno (che sarebbe ottimale recuperare attraverso la lotta all'evasione fiscale). E' l'Italia al 2030 che emerge dalle proiezioni del Censis, discusse stamane a Roma nel convegno "Come staremo al mondo?", che apre il tradizionale "Mese di sociale" dell'Istituto di studi sociali. "Fare previsioni è un azzardo - ammette il direttore del Censis Giuseppe Roma - in questo caso siamo partiti dalla demografia perché è molto attendibile. Quello che emerge chiaramente è che c'è un problema generazionale: perderemo un milione di giovani, una questione che dovrebbe essere forse più intensamente occasione di dibattito. Ce lo possiamo davvero permettere? E non succederà per caso, ma perch* la famiglia non è al centro delle politiche che guardano al futuro. Vorremmo invece mettere i giovani al centro delle discussioni politiche, sociali economiche: significa che dobbiamo metterli in condizione di fare più figli, creando più posti di lavoro. Non si può certo tornare alla vecchia società patriarcale, sostenendo che si farebbero più figli se le donne non lavorassero: è il contrario, se ne fanno di più se la donna lavora di più, e se i redditi delle famiglie sono detassati. Noi vorremmo un titolo tipo "2020, facciamo l'Italia un po' più giovane". L'altra palla al piede del nostro Paese è che siamo oberati di debiti, dobbiamo almeno arrivare sotto la soglia psicologica, sotto il 100% del Pil, e senza questi 480.000 posti di lavoro l'anno in più il Pil non crescerà. Più giovani, più lavoro e più benessere pere tutti. Se noi diciamo che i giovani sono bamboccioni diamo una lettura del problema, se diciamo che i giovani sono necessari ne diamo un'altra". Il Sud spopolato e impoverito. Le previsioni del Censis si basano su modelli che tengono conto delle tendenze attuali, ma in qualche caso si introducono delle variabili, in particolare per i posti di lavoro che sarebbe augurabile ottenere e per la riduzione del debito pubblico (senza la quale arriveremmo al collasso). Sconsolante vedere come diventerà ancora più profondo il divario tra Nord e Sud in assenza di adeguate politiche di sostegno e di rilancio delle Regioni del Mezzogiorno: "Nel 2030 - si legge nello studio del Censis - la popolazione residente in Italia sarà di 62 milioni 129mila persone, il 3,2% in più rispetto al 2010. Mentre gli abitanti delle Regioni del Sud diminuiranno (-4,3%), saranno i residenti nel Centro-Nord ad aumentare in modo consistente (+7,1%), soprattutto per effetto dell'immigrazione". Il che si traduce in 890.000 abitanti in meno per il Mezzogiorno che "in assenza di interventi significativi, continuerà a perdere attrattività", e in 2,8 milioni di persone in più nel Centro-Nord. Con conseguenze disastrose: "Il trend di impoverimento del capitale umano al Sud comporterà un allargamento del divario rispetto al Nord sia come mercato di consumatori, sia come bacino di lavoratori, intaccando così i principali fattori di generazione della ricchezza". Il 26,5% della popolazione sarà over 65. Non meno scoraggianti le previsioni sull'evoluzione della popolazione: i giovani di 18-34 anni passeranno dagli attuali 12.026.000 a 10.791.000 nel 2030 (anche qui, in assenza di adeguate politiche a sostegno delle famiglie), calando di oltre il 10% in vent'anni, mentre gli over 65 aumenteranno dagli attuali 12.216.000 a 16.441.000 (+34,6%), arrivando a costituire il 26,5% della popolazione. Questo anche perché la vita si allungherà ulteriormente, raggiungendo gli 87,5 anni per le donne e 82,2 anni per gli uomini. I principali Paesi europei in media tenderanno ad aumenti demografici superiori a quelli italiani, con l'eccezione della Germania. L'Italia sarà sempre di più il Paese più vecchio d'Europa: la quota media di giovani sul totale della popolazione sarà infatti del 20,8% nel Regno Unito, del 20,3% in Francia e del 19% in Spagna, ma in Italia si fermerà al 17,4%. Tenore di vita attuale non più sostenibile. Se l'Italia non diventerà un Paese più produttivo, con un numero più alto di posti di lavoro, dovrà dire definitivamente addio al suo attuale tenore di vita (sostenuto al momento grazie a una situazione estremamente squilibrata, nella quale i giovani si appoggiano alle famiglie d'origine anche oltre i 30 anni). E quindi il tasso di occupazione dovrebbe salire dall'attuale 57,5% al 60,1% nel 2030. Se invece volessimo raggiungere l'obiettivo previsto dalla strategia di Lisbona (una quota di occupati del 70 per cento tra la popolazione di 15-64 anni) bisognerebbe creare 480.000 nuovi posti di lavoro l'anno per i prossimi dieci anni. Il debito pubblico: 12 miliardi annui di risparmi. I principali Paesi europei hanno un debito pubblico percentualmente inferiore al Pil, ricorda il Censis: 64,9% la Spagna, 78,8% la Germania, 79,1% il Regno Unito, 83,6% la Francia, media europea 79,6%. Quello italiano è salito dal 95,2% del 1990 al 109,2% del 2000 e quest'anno dovrebbe raggiungere il 118,2%. Il Censis neanche prova ovviamente a fare una proiezione del livello che il debito potrebbe raggiungere se continuasse di questo passo. Suggerisce invece un "accantonamento di risorse" di 12 miliardi di euro l'anno che, con una crescita costante del Pil dell'1% (previsione peraltro non brillante) ci permetterebbe di scendere sotto la soglia del 100% già nel 2020. |
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Pubblica Amministrazione trasparente |
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Scritto da Presidente
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Thursday 03 June 2010 |
Nella pubblica amministrazione due condizioni sono fondamentali - tra le altre - per arginare il fenomeno della corruzione: a) il rafforzamento della dirigenza rispetto all’ingerenza della politica; b) la trasparenza dello stato patrimoniale dei dirigenti che svolgono funzioni di vertice. Il principio della distinzione tra politica e amministrazione, ricompreso nel principio costituzionale di imparzialità e buon andamento, prevede che alla politica sia affidato il compito di definire le strategie, gli indirizzi e la valutazione dei dirigenti. A questi ultimi spetta la gestione e l’adozione di tutti gli atti amministrativi in piena autonomia e responsabilità nel rispetto della corretta gestione della cosa pubblica. Perché questo si realizzi la dirigenza deve essere fortemente autonoma dalla politica che non può e non deve influenzarne l’azione attraverso possibili condizionamenti anche psicologici come la non riconferma, discrezionale e arbitraria, alla scadenza, nell’incarico. Se il dirigente non ha demeritato deve essere riconfermato nell’incarico, salvo il diritto (motivato) dell’amministrazione di procedere ad una rotazione quando l’incarico sia particolarmente delicato e sia consigliabile una permanenza nello stesso per un tempo limitato per evitare possibili consolidamenti distorti del potere burocratico-amministrativo. Il secondo aspetto riguarda la necessaria trasparenza per gli incarichi di vertice non solo della retribuzione stipendiale e degli incarichi aggiuntivi, ma anche dello stato patrimoniale. Di questi elementi utili per arginare il fenomeno della corruzione non solo non c’è traccia nel ddl anticorruzione, ma il governo sembra muoversi verso una direzione opposta. Con il recente decreto legge sulla manovra economica correttiva, infatti, viene definitivamente meno, per i dirigenti, ogni garanzia dall’ingerenza della politica. Alla scadenza del contratto il dirigente pubblico è rimesso al libero arbitrio della politica, poiché anche se non ha demeritato può essere senza alcuna motivazione assegnato ad altro incarico con una retribuzione inferiore. E’ questa la meritocrazia tanto voluta dal ministro Brunetta? Può il dirigente essere autonomo dalla politica se questa può decidere liberamente il destino lavorativo e personale dello stesso dirigente? Che fine ha fatto il principio richiamato più volte dalla Corte Costituzione della valutazione oggettiva delle qualità e capacità professionali dei dirigenti? Se si vuole rendere imparziale l’azione amministrativa si deve rafforzare l’autonomia della dirigenza rivedendo anche l’attribuzione degli incarichi dirigenziali agli esterni. Di tali norme non c’è traccia nei recenti provvedimenti governativi. Perché non pensare ad un sistema di valutazione dei curricula dei dirigenti esterni da parte di organismo autonomo, o ad un parere preventivo sui requisiti espresso dalle competenti Commissioni parlamentari o ancora perché non ripristinare la nomina da parte del Capo dello Stato? Anche per quanto riguarda la trasparenza delle retribuzioni dei dirigenti le azioni poste in essere dal governo non vanno certamente verso una maggiore trasparenza. Il ministro Brunetta, al quale va il merito di aver imposto la pubblicazione degli stipendi e dei curricula dei dirigenti, ha poi “chiarito” che la pubblicazione dei trattamenti economici riguarda solo le retribuzioni stipendiali con esclusione dei dati reddituali del dirigente, mentre esiste già da anni una norma che prevede per tutti i dirigenti la comunicazione dello stato patrimoniale come avviene per i parlamentari e i componenti del governo. Forse tale norma (art. 17, comma 22, della legge 127/97), riguardando la generalità dei dirigenti pubblici (comprendendo ad es. anche i medici, i presidi e persino i dirigenti senza incarico), ha avuto come conseguenza una non puntuale applicazione; ma allora perché non circoscriverla ai soli vertice della pubblica amministrazione o a quei dirigenti assegnati ad incarichi particolarmente delicati, anche applicando una idonea sanzione, invece di continuare a far finta che non esista? Qualcuno ci ricorderà sicuramente il diritto alla privacy, ma quando un dirigente accetta liberamente di svolgere un incarico di vertice nella pubblica amministrazione non può sottrarsi alla più ampia trasparenza. Ma al tempo stesso è necessario introdurre idonee misure di semplificazione delle procedure, di controllo e di verifica dell’attività amministrativa della dirigenza pubblica, di efficaci controlli interni, e di servizi ispettivi con il compito anche di verificare possibili conflitti d’interesse dei dirigenti in relazione agli atti compiuti. Solo così la pubblica amministrazione potrà riacquistare la fiducia dei cittadini e combattere la corruzione al suo interno senza delegare tale compito, come purtroppo molte volte avviene, al giudice penale. |
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AGROENERGIE (CONFAGRI),GOVERNO FRENA RINNOVABILI |
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Scritto da Presidente
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Wednesday 02 June 2010 |
| (ANSA) - ROMA - Agroenergie, l'associazione del settore aderente a Confagricoltura, si dichiara ''preoccupata'' del decreto in base al quale il Gestore dei servizi energetici non sara' piu' obbligato a riacquistare i 'certificati verdi' in eccesso. ''E' una misura - commenta in una nota - che provochera' il blocco di nuovi investimenti e ingenti problemi economici agli impianti in produzione, in particolare a quelli a biomasse e biogas. Una modifica del sistema legislativo in controtendenza rispetto all'obiettivo per l'Italia di utilizzare, al 2020, almeno il 17% di energia da fonti rinnovabili''. La decisione viene presa, fa notare Agroenergie, nel momento in cui l'Italia si accinge a presentare a Bruxelles il piano di azione nazionale sulle rinnovabili, in cui saranno indicati gli strumenti e le misure per raggiungere questo obiettivo. ''Ancora una volta, nel settore delle rinnovabili si agisce in modo incoerente - conclude Agroenergie - perche' da una parte si prevede adeguamento, riordino e potenziamento del sistema di incentivazione soprattutto in riferimento alle biomasse e al biogas, dall'altra viene smontato uno strumento indispensabile per lo sviluppo delle agroenergie, per la tutela dell'ambiente e per la crescita dell'occupazione''. | |
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l diritto alla salute ci rende una comunitą civile |
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Scritto da Presidente
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Wednesday 02 June 2010 |
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Perché la Fabbrica di Nichi "Denny Gadsaleta" vuole riflettere sul diritto alla salute? Perché sentiamo il bisogno, come la grande maggioranza dei cittadini di Rocchetta , di ragionare sui problemi concreti, sui bisogni delle persone. – la sfida parte da Rocchetta Sant’Antonio lanciata da Virgilio Caivano - Discutiamo dunque di temi concreti. E tra questi temi concreti i servizi alle persone occupano un posto di primissimo piano. Perché non c’è dubbio che la sanità, e dunque il diritto alla salute per ogni cittadino, sia il primo indicatore sul quale si misura la qualità di una comunità civile. Le preoccupazioni, le aspettative, le esigenze primarie delle famiglie si concentrano in gran parte sul tema della salute e del lavoro. La visione del futuro di una classe dirigente locale si misura anche dalla sua capacità di assicurare al più ampio numero di persone servizi seri ed affidabili, giusti e accessibili. Ma non solo: il sistema sanitario è lo specchio di un paese. Vi si ritrovano i punti di forza di una realtà locale e territoriale insieme ai suoi punti di debolezza, il livello di efficienza nella spesa pubblica insieme al grado di responsabilità degli amministratori, le competenze e la passione di moltissimi straordinari professionisti. Guardiamo allora alla sanità locale, al diritto alla salute – rilancia Caivano - anche come ad un esempio di quella sostanza su cui dovrebbe concentrarsi la politica. Invece di perdersi dietro le liti infinite provocate da quelle che sembrano solo questioni di forma. Pensiamo che il livello di disaffezione dalla politica di moltissimi cittadini (un livello ormai drammatico, come è stato dimostrato anche dall’astensionismo nelle ultime elezioni regionali) sia legato soprattutto all’incapacità della politica di occuparsi della sostanza dei problemi. Meno ideologia, più concretezza. Anche nel campo della sanità. Dovremmo fare in modo che il municipalismo ed il regionalismo accelerino i processi virtuosi (nelle regioni che riescono a tenere i conti in ordine coma la Puglia) senza accentuare i comportamenti viziosi delle altre regioni. Il diritto alla salute è un settore fondamentale ed è proprio in questo campo che si misura l’importanza dei temi del merito come criterio di promozione e valutazione, della capacità della politica di sapere investire sul futuro (e dunque sull’innovazione e sulla ricerca) ma anche della capacità di chi amministra la cosa pubblica di reperire risorse per la crescita". |
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